La morte nel letto accanto

Rodica ha 56 anni, è rumena, ha una figlia di 28 anni. è in Italia da 2 anni: si è trasferita qui per cercare un futuro migliore, attratta dalla facilità con cui era possibile lavorare e a seguito della libertà di circolazione derivata dall’entrata della Romania nella EU. prima di ammalarsi lavorava come badante.

5 mesi fa ha scoperto di avere un tumore al cervello, con metastasi diffuse ai polmoni. Da quel momento è iniziato il calvario della cura. è al suo terzo ciclo di chemioterapia, che ha dovuto interrompere perché le si è gonfiata a dismisura la faccia e le è cresciuto qualcosa dentro la bocca.

quando entro nella stanza numero 6, Rodica è un volto tondo come una luna piena, calvo, sprofondato nel letto troppo grande, con un sondino per l’alimentazione attraverso il naso. con lei ci sono un medico e un infermiere. guardo quel volto: faccio fatica a riconoscere una donna, penso di aver sbagliato stanza.

in quel volto deformato dalla malattia, gli occhi spiccano vispi, piccoli e acuti mi seguono in quello che faccio e, quando un po’ agitata, sbaglio armadietto, con un timido sorriso mi dice: no, quello mio. tuo è quello a fianco.

inizia così la mia degenza in ospedale, durata 5 giorni per un intervento di settoplastica, in una confortevole stanza a due, con bagno in camera e musica nei corridoi. non fosse per la malattia e la sofferenza, potrebbe essere quasi scambiato per un albergo. e Rodica così pensava, tanto da chiedere al medico che voleva dimetterla giovedì di aspettare ancora fino a lunedì perché qui mangio bene, sono curata e non dò fastidio a mia figlia. Rodica, che ha perso più di 20 kg in pochi mesi, ha male ai piedi e alle gambe, e non riesce a camminare né a stare in piedi da sola: qui, ora che può di nuovo mangiare, ha pasti abbandonanti e infermieri che corrono ad aiutarla quando lei suona il campanello.

poco dopo il mio arrivo, ricevo una telefonata di lavoro, è una telefonata lunga, in cui io do’ delle direttive alla mia collega. alla fine Rodica mi chiama e mi chiede se sono un capo. io non capisco e lei mi spiega che da quando è ammalata sua figlia, che è cuoca, ha perso il lavoro per curarla. vivono in un’appartamento di due stanze più il bagno e con loro c’è anche il nipote di 16 anni. mi dice che sono senza soldi e mi chiede se posso aiutare la figlia a trovare lavoro. io faccio fatica a non intervenire subito. immediatamente penso a dove poter indirizzare la ragazza: conosco almeno un paio di realtà cooperative che lavorano nel campo della ristorazione e un servizio di mediazione al lavoro verso cui potrei indirizzarla. le rispondo che non ho nessun potere di assumerla ma che posso segnalarle un paio di imprese. le dico di dire alla figlia di parlarmene, così le spiego bene ma lei mi dice che la figlia si vergogna di quella situazione e che la sgrida se sa che me ne ha parlato. le dico che le scriverò gli indirizzi su un foglietto e glielo darò prima di essere dimessa.

la figlia è una bella ragazza, magra e dai lunghi capelli neri. è gentile e premurosa con la madre: si vede che soffre a vederla così però cerca di farsi forza e di sorridere. trovo che ci sia una forte dignità nel suo atteggiamento,: è una forza che solo le donne più coraggiose hanno. quando arriva nell’orario di visita parlano in un rumeno fitto fitto. naturalmente non capisco nulla ma capto più volte  la parola curriculum e percepisco un tono sempre più concitato e seccato della figlia. capisco che la madre le ha parlato della cosa e la figlia si è seccata con lei: in quell’istante deciso che non segnalerò nessun indirizzo alla madre, mi sembrerebbe di fare un torto alla figlia.

l’ italiano stentato di Rodica mi fa compagnia nelle lunghe ore di digiuno che precedono la mia operazione. non si capacita che io sia così tranquilla e non mi lamenti per la fame e la sete. non sa che vederla lì, nel letto a fianco, mi impedisce di lamentarmi per una condizione che, seppur disagevole, so essere transitoria.

poi vengo operata e le cose precipitano: lei ha voglia di parlare e di compagnia, io ho solo voglia di buio e silenzio: ho un male alla testa mai provato prima e il dolore martellante mi impedisce ogni ragionamento, mi toglie tutta la voglia di reagire. Rodica ogni tanto mi chiede come sto e se sto tanto male, mi dice continuamente di farmi dare qualcosa per il dolore, non si capacita che l’antidolorifico non mi faccia effetto, mi suggerisce di chiederne dell’altro. io rispondo a mala pena, quasi infastidita. in quelle ora è lei, lei così sofferente, a farmi coraggio, a cercarmi di tirarmi su di morale.

alla fine il dolore si attenua, le lunghe ore di veglia seduta sul letto, passano. arriva il lunedì: siamo entrambe dimesse. dopo colazione mi lavo, mi vesto, preparo la valigia, in attesa che il medico di turno mi tolga i tamponi dal naso e mi dimetta. lei anche andrà a casa, verrà sua figlia, dopo essere stata ai servizi sociali per fare tutte le pratiche per il riconoscimento dell’invalidità e acquisire il diritto al sostegno a casa e agli ausili.

mentre aspettiamo che mi chiamino per la medicazione Rodica nota le mie scarpe: sono delle semplici ballerine in pelle nera che mi ha regalato mia sorella. le piacciono molto e, dopo averle lungamente ammirate, mi chiede se gliele regalo, se facciamo cambio con le sue. la sua richiesta è talmente inaspettata che mi coglie impreparata: sarei quasi tentata di dirle di sì. Rodica mi sembra una bambina, è disarmante come una bambina. mi chiedo quanto di questo suo essere semplice e senza filtri dipenda dalla malattia. poi penso che se le regalassi le mie scarpe la figlia di vergognerebbe e sarebbe imbarazzata in modo insopportabile e decido che no, per rispetto a questa giovane donna, così sola e così coraggiosa,  non posso fare un gesto che la potrebbe umiliare. non credo che se lo meriti e dico a Rodica che non posso perché sono un regalo, un regalo di mia sorella.

Rodica mi sorride, mostrando una bocca sdentata: è un sorriso semplice, luminoso, disarmante. un sorriso che dice: pazienza, non ti preoccupare, io andrò avanti lo stesso.

finalmente arriva l’infermiera a chiamarmi, ed io grata e sollevata, quasi scappo da quella sofferenza, da quel dolore vissuto con dignità e coraggio. scappo da quell’immagine di morte. scappo da quella stanza, ben sapendo che Rodica rimarrà a lungo nei miei pensieri e nel mio cuore.

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