il giorno che gli elicotteri volarono basso

il giorno che gli elicotteri volarono basso,
il borgo si svegliò sotto un cielo azzurro e limpido che prometteva il tepore e i colori e i profumi che solo luglio sa donare al bosco e alla montagna. le rondini, come al solito, si erano organizzate di primo mattino ed erano uscite libere nel blu. così via via che il giorno cresceva le imposte si aprivano sul silenzio placido e consueto.
il giorno che gli elicotteri volarono basso,
era domenica e io mi concedevo qualche minuto in più nel letto. no non dormivo. pur essendo andata a letto tardissimo, mi ero svegliata presto in preda all’inquietudine ma resistevo sdraiata, nel vano tentativo di procrastinare gli eventi, come se questi dipendessero da me. alle 8,30 decisi che basta, che non riuscivo più a stare ferma e che era ora di alzarmi. non appena accesi il telefono una serie lunghissima di bip mi avvertirono che c’erano messaggi. dopo poco squillò: “cosa fai ancora a letto? sveglia! noi siamo qui, al ponte di exilles. c’è già tantissima gente e tantissima ne sta arrivando. ci sono giovani, anziani, donne e bambini. cani, palloncini, bandiere, gente che suona, gente che canta, che sorride, che chiacchiera. persone che non si conoscono si parlano come se fossero vecchi amici. è una festa di voci e di colori. è bellissimo!” era c., la mia amica, che insieme ad altre 4 persone si era impegnata ad aggiornarmi e inviarmi notizie dal corteo in modo che io potessi diffonderle in tempo reale tramite la rete. poco dopo un’altra telefonata, il mio amico prete: “ciau, sto facendo la spola con l’auto. c’è moltissima gente che sta arrivando a piedi da susa. tutti camminano ordinatamente in fila sulla statale. Non c’è il servizio d’ordine, così alcuni volontari vanno su e giù luno la strada per garantire la sicurezza. io ne carico 4 per volta e li porto su al ponte. ci sono bancarelle e c’è aria di festa. è bellissimo. ti aggiorno. ciau”.
il giorno che gli elicotteri volarono basso,
accesi il pc presto alla mattina. strano, dissero gli eredi, tu non accendi mai il pc di domenica. e fatto ancora più strano il loro padre non protestò (che nella divisione dei ruoli in casa nostra se qualcuno accede il pc di domenica per lavorare quello è il padre). ma quella mattina accesi io il pc e nessuno protestò. bè, veramente, qualche protesta perché la colazione ritardava arrivò, ma non fu troppo convinta. distratta, eseguivo la routine mattutina: preparare la colazione, vestirsi, riordinare la cucina, rifare i letti, adocchiando di tanto in tanto il monitor. in modo un po’ compulsivo vagavo da twitter a frienfeed, dai vari blog a facebook, in cerca di aggiornamenti. spesso qualche messaggio: non siamo ancora partiti, sta arrivando ancora gente, è impressionante in quanti siamo.
il giorno che gli elicotteri volarono basso,
all’improvviso il torpore, quasi irreale, del borgo si riempì del rumore assordante dei motori e delle pale.  mamma vieni a vedere, ci sono gli elicotteri che volano basso. gli eredi, 8 e 10 anni, corsero sul balcone nel tentativo di vedere tra i tetti la causa di quel frastuono. via, via da quel balcone, dissi in tono brusco e loro ma perché mamma. perché ci stanno riprendendo e io non voglio che voi stiate sul balcone, risposi. e, in preda all’ansia, pensavo ecco ci siamo, è finita l’attesa, ora non ci rimane che sperare che tutto vada per il meglio. il rumore assordante dei motori e delle pale riempiva il silenzio e catalizzava i miei pensieri, ora più vicino ora più lontano, in un girare lento e ripetitivo tra il centro del borgo e il ponte sulla dora. tra un giro e l’altro il silenzio era quasi più assordante degli elicotteri, stridente, quasi irreale e, per questo, angosciante. mentre continuavano ad arrivarmi messaggi tranquillizzanti, quasi gioiosi, come se si stesse svolgendo un’allegra fiera di paese.
il giorno che gli elicotteri volarono basso,
all’improvviso un messaggio, vediamo alzarsi del fumo dalla maddalena, e botti come di spari arrivare attutiti. le prime sirene: non ti preoccupare, sono solo persone che hanno un colpo di caldo. telefonate e messaggi,  messaggi e telefonate, talvolta a ricevere e ritwittare informazioni, talvolta a dare informazioni. concitazione, notizie frammentate. lo streaming radio che salta. le comunicazioni via cellulare sempre più difficili. gli scontri sono sul fronte della maddelena e nel bosco per giaglione. da lì giungono notizie di un incendio, subito spento, leggo su twitter. notizie sempre più confuse. e poi il lancio dei lacrimogeni anche sul fronte del corteo ufficiale. arriva un messaggio: non vedo più mio marito, il telefono non è raggiungibile. tranquilla, provo a cercarlo io, e via di nuovo a provare a telefonare, errore di connessione, e allora proviamo con un messaggio. minuti e minuti, con l’ansia che cresce, tra un tweet e l’altro e le notizie allarmanti e il rumore di pale e motori di elicotteri che girano in tondo senza sosta né riposo, con brevi pause di silenzio, ancora più assordante. nuovo messaggio: siamo fermi e ci lanciano i lacrimogeni addosso. le donne con i bambini e gli anziani sono invitati ad andarsene. qualcuno, che ha respirato il gas, barcolla ed è accompagnato da chi si è protetto con le mascherine.
poi  gente che inizia a tornare: il corteo ufficiale si è trasferito al campo sportivo, per i discorsi dei sindaci. chi torna è allibito, incredulo, lo sgomento negli occhi. al ponte sulla dora, di fronte alla centrale idroelettrica un gruppetto di ragazzi ha risposto al lancio dei lacrimogeni con una sassaiola. chi assiste batte ritmicamente contro il guardrail, una tecnica di disturbo che, mi dice chi c’era, hanno imparato dagli stessi poliziotti&co. quella sera d’inverno a susa, quando anche lì spararono lacrimogeni e inseguirono le persone che scappavano e marinella rimediò un naso rotto e le prime pagine della cronaca della stampa.
il giorno che gli elicotteri volarono basso,
i bambini furono meno bambini del solito, giocando a scacchi, a dama e leggendo in silenzio in camera loro, sussurrando e parlottando sommessamente, sempre senza disturbare. uscirono brevemente con il padre per andare nell’orto e tornarono per pranzo. poi andarono a riposare da soli, addormentandosi con il frastuono delle pale e dei motori che, ora più forte ora più debole, faceva da sottofondo a questa domenica di luglio. io e il padre cercavamo di non commentare troppo: volevamo che ancora per un po’ potessero credere che i buoni sono sempre buoni e i cattivi sono sempre cattivi e che i buoni difendono i bambini e la gente normale. come nelle fiabe. ma qui non siamo in una fiaba e per questo, forse, e per un presagio legato al troppo navigare su internet, e per la conoscenza della conformazione del territorio che rende difficile il defluire delle persone in caso di fuga, per tutto questo non avevamo voluto portare gli eredi in quel corteo.
il giorno dopo al giorno che gli elicotteri volarono basso,
i bambini mi parlarono di lacrimogeni sparati ad altezza uomo. cosa ne sapete voi? ma mamma, noi lo sappiamo: i lacrimogeni sono gas che vengono sparati per mandare via la gente, ma al ponte li tiravano addosso alla gente. era quello il fumo che si vedeva. ce lo ha detto la nostra amica s. al centro estivo e, poi, lo abbiamo capito anche da quello che dicevate tu e papà. ma respirare quel gas è dannoso? fa morire?
ecco il giorno dopo il giorno in cui gli elicotteri volarono basso, tutto avrei voluto, tranne che spiegare a un 10enne e a una 8enne troppo svegli e curiosi, gli effetti dei gas lacrimogeni e che no, non fanno morire le persone ma la speranza in una giustizia e la fiducia in uno stato che tutela il popolo, anche se protesta, quella sì, la fanno morire.

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