la babele che è in noi

confesso che non sono una grande esperta di letture bibliche, nè della loro esegesi, inoltre, molto di quello che credo di sapere risale a un tempo remoto, quando frequentavo il catechismo; è, dunque, un ricordo, più che un sapere certo, talvolta sfumato e poco preciso.  per questo chiedo scusa se ciò che scrivo non è molto ortodosso. però, nella mia memoria di cose di catechismo è rimasta questa storia, quella degli uomini che volevano raggiungere dio per prendere il suo posto e che per raggiungerlo hanno iniziato a costruire una torre altissima ma poi dio non era per niente d’accordo e allora ha distrutto la torre e disperso gli uomini e per evitare che si mettessero di nuovo d’accordo, ha fatto in modo che ognuno parlasse una lingua diversa e non si capissero più.
ecco, questa storia che mi è sempre stata presentata come esempio di superbia dell’uomo e di arroganza, emblema del rapporto fra dio (essere supremo onnipotente che punisce) e l’uomo (essere inferiore sottomesso e fallace che subisce la punizione), ecco, stamattina questa storia mi è tornata in mente mentre riflettevo su un episodio che è successo al borgo e che mi è stato raccontato ieri.
ora non riporto l’episodio, che è ininfluente per le riflessioni che mi ha suscitato (e, poi, diciamolo: le cose del borgo spesso sono pettegolezzi, il più delle volte costruiti su dati inesistenti oppure talmente lontani dal dato reale da perdere la dignità di episodi per assurgere allo status di fantasie). mi interessa qui riportare alcune considerazioni che mi giravano in testa stamattina ripensando a come mi è stato raccontato l’episodio.
due persone diverse mi hanno raccontato la cosa. la prima sottolineava una presunta ingiustizia di trattamento da parte di un protagonista – lo chiameremo così per esigenze narrative – (perchè loro sì e nell’altro caso no) mentre la seconda (facente parte del gruppo loro sì) sottolineava (con un certo disprezzo, oserei dire) la totale inutilità del ruolo del protagonista che avrebbe convocato un incontro per discutere di una questione e chiedere agli intervenuti di prendere una decisione e quando questi hanno deciso una cosa diversa da quello che proponeva il protagonista in questione, lui non si è opposto ma ha accettato la loro decisione.
ora, si dà il caso che io conosca il protagonista, le sue intenzioni e l’episodio in questione. la cosa che più mi ha colpita è stata la totale (o quasi) discordanza di interpretazioni dell’operato del protagonista. 3 persone, 3 letture diverse, 3 interpretazioni diverse, 3 conclusioni diverse (o forse solo 2, giacchè le due persone concordavano nel giudicare negativamente il tutto). nessuna delle due persone, poi, si è minimamente preoccupata di accertarsi se avevano davvero compreso le motivazioni del protagonista. nessuna domanda sul senso di ciò che era in discussione.
preconcetti, giudizi, parole velenose su interpretazioni personali, condanne: questa è, secondo me, la vera babele. l’incapacità degli uomini di parlarsi, di capirsi, di comprendere le ragioni dell’altro, senza lasciarsi influenzare dai pregiudizi, senza giudicare né sputare sentenze. e, tutto ciò, non è legato al codice linguistico che usiamo, ma al codice del cuore che attiviamo.

ps: in relazione al fatto biblico, ci tengo solo a sottolineare che non credo affatto  che dio abbia voluto punire gli uomini disperdendoli in mille lingue. credo piuttosto che gli uomini abbiano fatto tutto da soli e che continuino a credersi dio nel giudicare e condannare (che, poi, il dio in cui credo, non fa né l’uno né laltro)

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